• Daniela De Girolamo

Taiji Quan: perché chiamarlo arte marziale


Quando si parla di "taiji quan" il pensiero va subito ai parchi cinesi, dove i vecchietti la mattina fanno taiji con movimenti lenti, armoniosi ed anche misteriosi che hanno il potere mantenere in un buono stato di salute il praticante.

Certo è anche questo. Ma parliamo di noi, parliamo dell’Italia e di quello che ci viene proposto. Intanto quando si parla di Taiji si ha ancora la sensazione di qualcosa di poco conosciuto e alquanto effeminato, con le signore nell’età del tramonto che vanno a fare in qualche palestra perché fa bene alle ossa, relegandolo così la disciplina ad un pubblico prevalentemente femminile.

Ciò che per primo è stato proposto nella maggior parte dei casi, è la “Forma 24 Pechino”, una sequenza di movimenti, la "forma" appunto, codificata in epoca moderna, nel 1956 dal comitato per lo sport della Repubblica Popolare Cinese. Tale forma è stata creata appositamente per facilitarne l’apprendimento e la diffusione tra le masse.

Didatticamente questa forma con i suoi movimenti ampi e continui permette al praticante di familiarizzare con gesti e posture che non sono usuali per noi occidentali, permettendo di raggiungere comunque un buon livello di propriocezione sul corpo attraverso la capacità di distinguere il pieno dal vuoto. Inoltre è possibile applicare a tale forma quelli che sono chiamati “i dieci principi del taiji quan”.

E’ facile pensare con questa forma a qualcosa che si associ di più al mantenimento della salute ed alla meditazione in movimento. Quello che viene a mancare è la capacita di percezione dell’arte marziale stessa, poiché diviene difficile, soprattutto in assenza di un bravo Maestro, riconoscere le tecniche, prima ancora di più saperle applicare.

Andando invece a ritroso nel taiji quan di stile tradizionale, è più facile trovare una correlazione marziale che ovviamente porta con se delle richieste maggiori di introiezione e di capacità nei movimenti corporei, basta pensare alle spirali dello stile Chen. L’allenamento quotidiano porta a grandi risultati personali misurabili nel tempo, poiché nella ricerca vi è una continua trasformazione. Non tutti sanno che nel secolo scorso quest’arte per le sue capacità difensive è stata anche utilizzata per addestrare i soldati durante la guerra sino-giapponese.

Ciò che prima si impara sono le forme. Con l’avanzare della pratica ci si dovrebbe sempre di più addentrare in quelle che sono le competenze marziali e di ascolto come ad esempio il “tui shou”, la spinta con le mani, un allenamento a coppie che può essere sia codificato che libero. Tale tipo di pratica serve a “sentire” la forza dell’avversario applicando quelle che sono le otto porte, manifestazione del mutare dello yin e dello yang attraverso l’espressione degli otto trigrammi.

Un terzo stadio dell’arte presuppone il combattimento libero, dove si ha capacità di esercitare le tecniche senza schemi prestabiliti.

Quello che si è diffuso del taiji quan è un messaggio che ci da una visione incompleta di quella che è una grande opera d’arte. Un'arte dove l’Uomo entrando in uno stato di attenzione e di rilassamento mentale e sviluppando la capacità di utilizzare la muscolatura interna, ha la capacità di far circolare Xue e Qi (sangue ed energia) ristabilendo dove possibile un buon livello di salute, cosicché con un buono stato fisico diventa possibile coltivare nel migliore dei modi l’arte marziale.

E ‘necessario far circolare un messaggio corretto e completo per portare ai giovani questa preziosissima e raffinata arte marziale.

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