• Daniela De Girolamo

“Sulle orme dei Maestri”- Intervista al Maestro Salvatore Messina


La prima intervista per la sezione del blog “Sulle Orme dei Maestri” aprirà la strada al mondo del pensiero orientale, con un ospite d’eccezione, il Maestro Salvatore Messina, un praticante ed insegnate di Taiji Quan, Qi Gong, Medicina Cinese e tecniche accessorie. Ho conosciuto il Maestro Messina su Facebook nei gruppi di Medicina Cinese e mi ha colpito di lui la gentilezza, l’umiltà ed il radicamento. E’ così che mi è venuto in mente di proporgli un intervista, per scoprire la sua storia ed il suo percorso iniziato quando queste discipline erano ancora sconosciute. Gli sono state proposte nove domande per mettere in luce il suo percorso ed il suo pensiero.

Vi auguro buona lettura.


  1. Maestro Messina come è venuto in contatto con le discipline orientali, le arti giapponesi ed in seguito con quelle cinesi il Taiji Quan, il Qi Gong ed il Tuina. Qual è la differenza tra di esse?

Ho iniziato con le arti marziali giapponesi, prima Judo e quindi Aikido che è già un’arte interna molto sofisticata se ben praticata. Ma già all’inizio volevo praticare il Taiji Quan, in Sicilia era difficile ma ne parlavo già con il mio maestro di Judo che prendeva lezioni di Taiji Quan a Roma. Così sono passato all’Aikido di Kobayashi Hirokazu, un grande maestro che veniva in Europa ogni anno. Nel frattempo arrivò a Catania da Parigi la compagna del mio medico omeopata che fece partire un corso di Taiji Quan della famiglia Tung, che pratico tuttora. In quella scuola (il Centro Toum di Parigi) si praticavano anche Qi Gong e quindi iniziai da lì nel 1985/86. Per diversi anni ho praticato arti cinesi e giapponesi in contemporanea. Il Tuina arriva invece nel 2007, a coronare il desiderio di apprendere la medicina cinese della quale avevo iniziato a conoscere i rudimenti praticando Qi Gong con la dottoressa Ma Xuzhou.

È difficile focalizzare le differenze principali tra i due filoni, cinese e giapponese. Le singole arti hanno la loro specificità, come pure le scuole ed anche i maestri. Nella mia esperienza le arti giapponesi sono espressione del Bushido, la via del guerriero, del samurai. Mentre le arti cinesi hanno origini molto più variegate e articolate, ed anche le diverse arti sono molto più articolate. Questo può essere esemplificato dalle applicazioni marziali: il Bushi giapponese risolve un avversario con un solo colpo, mentre il combattente cinese porta molti colpi in modo spiraliforme e circolare. Anche le due culture hanno un andamento simile: derivano ambedue dalla radice indiana, ma quella cinese si dirama in Taoismo, Buddhismo, Confucianesimo anche se poi spesso queste tre culture si compenetrano. Quella giapponese è Shinto, più monolitica, sebbene anche in quella cultura le influenze buddhiste e anche taoiste siano notevoli. Queste differenze, marziali e culturali, si possono vedere anche nell’utilizzo delle Energie interne ed esterne. Ripeto, è argomento complesso e non facile da sintetizzare.


2. Com'era l'ambiente intorno a queste discipline, era facile intraprendere un percorso?

Era molto difficile poter scegliere; stiamo parlando comunque degli anni ’80, le alternative erano poche e spesso avventurose, come nel caso del mio inizio per Qi Gong e Taiji Quan. C’era a Catania solo una scuola di Kung Fu oltre alle arti giapponesi. E fui fortunato a trovare una scuola di Aikido di assoluta eccellenza sia negli insegnanti siciliani che in quelli europei che facevano riferimento al Maestro Kobayashi.


3. Queste discipline hanno cambiato la tua vita? Se sì in che modo?

Assolutamente sì. Sono state uno stile di vita. Ho spesso anteposto la pratica ad altri aspetti della vita. Ci sono stati grandi sacrifici e fatica, a volte anche allenamenti massacranti ma spesso mi hanno dato molto in termini di esperienze e di benefici fisici e mentali.


4. Che cosa ti ha spinto a continuare a studiare e poi ad insegnare?

Il senso di un’arte marziale, se ben fatta, è di continuare ad apprendere. Di avanzare nella conoscenza dell’Arte e di sé stessi. Ancora qualcuno mi chiede se ho tante cinture nere, e mi meraviglio rispondendo che dalla prima in poi non ci ho fatto più caso. Ed è vero: sono rimasto secondo dan di Aikido otto anni, a testimoniare che non avevo alcun interesse a prendere un terzo dan. In quel periodo la situazione della mia linea di Aikido era confusa, c’erano conflitti tra maestri e quello che avrei voluto come punto di riferimento aveva degli impegni lavorativi che gli impedivano di dedicarsi all’insegnamento a tempo pieno. Quindi ho scelto di praticare ed insegnare un po’ defilato. Inoltre continuavo a coltivare la passione per il Taiji Quan ed il Qi gong.

L’insegnamento invece non l’ho mai cercato, è arrivato sempre quasi per caso. Ho insegnato prima Taiji Quan: avevo voglia di proseguire lo studio del Taiji Quan oltre all’Aikido dopo il mio trasferimento in Veneto. Qui c’erano palestre del mio stile di Aikido ma non del mio stile di Taiji Quan. Ne parlai con alcuni praticanti di Aikido ed altri amici con esperienze di altre discipline orientali che, entusiasti e curiosi, mi spinsero a partire con un corso “tra amici” che si allargò immediatamente. In seguito arrivò anche l’insegnamento dell’Aikido per coincidenze fortunose. Le prime lezioni le feci in Sicilia, dove tornavo periodicamente per lavoro. Un mio carissimo amico aveva aperto una palestra a Palermo e mi invitò a raggiungerlo lì il sabato per tenere lezione, dato che ero più esperto di lui. Quelle furono le prime e poi anche in Veneto si crearono delle occasioni.


5. Cosa vorresti dire a chi intende intraprendere il percorso, come si può trovare e riconoscere un insegnante competente?

È difficile oggi perché, a differenza di 40 anni fa, c’è troppa offerta. Troppi “maestri” (a volte “grandi maestri”). L’unico modo per scoprirlo è praticare, e ahimè bisogna praticare tanto per capire se l’Arte e l’insegnante funzionano. Ma prima di tutto bisogna capire cosa si cerca, per non cadere in trappole fatte di ego e di apparenza. Ma questo è ancora più difficile.


6. Esiste un codice etico per gli operatori?

Dovrebbe esistere un codice etico per le persone in generale, ma sono tempi difficili. La nostra Associazione Professionale nazionale (OTTO, ottoitalia.org) ha un codice deontologico molto preciso e dettagliato. Ma nel settore in generale la situazione non è soddisfacente.

7. Ha scritto un libro, di cosa parla ed a chi é rivolto?

Il libro Shen, Tuina, Qigong è l’evoluzione della mia tesi di Tuina, un caso clinico psichiatrico molto complesso. Ho cercato di affrontare l’argomento non solo con la Medicina Cinese ma anche da molte angolazioni differenti, incluso l’approccio allopatico e di altre medicine non convenzionali, popolari e tradizionali.


8. È possibile intraprendere un percorso di studio con te? E fare dei trattamenti di tuina?

Non faccio formazione finalizzata a creare operatori o insegnanti. Anche se due miei allievi hanno avuto la qualifica di insegnante di Taiji Quan e Qi Gong dalla UISP (che non la regala affatto). Faccio dei corsi di Qi Gong senza obiettivi definiti che non siano il benessere di chi pratica. Per quattro anni ho tenuto un corso per pazienti oncologici con la LILT di Treviso con ottimi risultati, esperienza purtroppo sospesa a causa del SARS-CoV2. Ma forse sarà l’argomento del secondo libro…

Opero come tuinaista con un mio studio sebbene anche in questo caso il SARS-CoV2 ha imposto uno stop. Ma ripartirò al più presto, spero.

9. Come vedi questo periodo difficile in generale ma anche per le nostre discipline?

Non so se si tornerà mai al “prima”. I praticanti delle nostre arti dovrebbero sviluppare resilienza e capacità di adattamento. Non ne vedo molte in giro, vedo invece molti, troppi, ancora attaccati alla “presenza” come unico modo di praticare e a quello che era, dimenticando che le nostre sono arti della trasformazione. Probabilmente sono avvantaggiato perché da molti anni (decenni) pratico a casa, da solo, quotidianamente. Per me è stato un periodo di grande apprendimento tramite corsi on line. A mia volta sto insegnando online con grande soddisfazione. Certo, non riesco ad insegnare Taiji Quan perché non ho gruppi omogenei e con livelli differenti è quasi impossibile, ma con il Qi Gong mi trovo molto bene. Altre cose nella mia vita sono cambiate, in senso positivo. Credo di aver avuto fortuna, ma anche di essere stato aperto al cambiamento, anche delle mie stesse opinioni. Dovrebbe essere sempre così.

Daniela De Girolamo è un insegnate di Qi Gong, Taiji Quan, Meditazione e Medicina Cinese.

E’ Presidente dell' "A.S.D Meihua il vento sopra il lago" che si occupa dell’insegnamento e della diffusione delle discipline orientali.

Scrittrice del libro "Pillole di Lunga Vita guida introduttiva al Qi Gong e al Taiji Quan".

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